il network

Venerdì 19 Aprile 2019

Altre notizie da questa sezione


TEATRALIA

Elio Germano, post-dittatore nella società dello spettacolo

Elio Germano, post-dittatore nella società del lo spettacolo

Calendario dei post

C’è chi ‘urla’ «Basta!», chi applaude. Chi esce un po’ basito, chi ha capito subito tutto... o quasi. Una cosa è certa La mia battaglia di Elio Germano non lascia indifferente il pubblico,  anzi ne cerca la partecipazione.  Elio Germano entra dal fondo platea e comincia a parlare, parlare, parlare, cercando la complicità della sala, un Ponchielli straesaurito. Dai selfie e dalla difficoltà di costruire relazioni reali si passa presto a parlare di democrazia, a ipotizzare di far parte di una comunità che deve imparare ad autogovernarsi. E’ un attimo che alla partecipazione dei molti si preferisca — secondo il retore — la dittatura dei pochi, è naturale osservare come la meritocrazia e le competenze oggi abbiano lasciato il passo all’incompetenza e al pressapochismo, nella vita civile così come nella politica. Il tribuno Elio Germano si scalda e chiede al pubblico di partecipare alla costruzione del suo laboratorio politico. L’ipotesi è quella di trovarsi su un’isola deserta e dover dare vita a una nuova comunità con fine più che legittimo: sopravvivere. A vincere sono le competenze, il sapere fare reale e non le chiacchiere del dibattito politico... democratico.

La mia battaglia di Elio Germano e Chiara Lagani vuole stanare il pubblico e lo fa ponendolo di fronte a un discorso che pian piano si fa sempre più forte, potente, rubato a un’intolleranza dai toni attuali e storici al tempo stesso. In sala c’è chi applaude e chi rimane un po’ impietrito da tanta partecipazione. C’è chi applaude alle parole che chiedono di premiare chi sa realmente e non necessariamente chi è scelto dalla maggioranza. Germano parla dell’economia globale, della necessità di difendersi da chi mette in crisi la nostra identità. Qualcuno applaude qua e là, ma c’è chi si guarda intorno un po’ impietrito, ma rassicurato dall’essere a teatro e di stare assistendo a uno spettacolo, fino a quando dal fondo entrano un gruppo di ragazzi che con fare militaresco portano una bandiera: la finzione è svelata... forse. Mentre un sovra eccitato Germano parla del potere ebraico e degli stranieri come minaccia, la bandiera si srotola e compare il simbolo della svastica... Tutto ciò che il retore Giordano ha detto è tratto dal Mein Kampf di Adolf Hitler, sia nei passaggi più violenti che in quelli ‘maggiormente condivisibili’ che sembrano appartenere alle cronache di oggi. La mia battaglia — coraggiosamente prodotto dal cremonese Pierfrancesco Pisani — è un bell’esempio di teatro di provocazione politica, un esperimento di partecipazione e reazione che il Ponchielli ha parzialmente accettato.

Il teatro tutto esaurito ha in parte schiacciato e limitato l’idea e la forza desituante che sta a monte de La mia battaglia e che idealmente prosegue una riflessione estetico/politica che Chiara Lagani ha portato avanti con la sua compagnia Fanny & Alexander e che Elio Germano incarna nel suo impegno politico/artistico. 

Nel teatro tutto esaurito è come se gli spettatori si siano coperti l’un l’altro. Forse in un contesto meno ‘imponente’ e in una chiamata a raccolta data dalla notorietà del pur bravo e impegnato interprete  il meccanismo sarebbe scattato con più naturalezza. L’intelligente e curata provocazione del discorso politico agito da Germano-Lagani ha rappresentato per il pubblico una novità, un interrogativo che ognuno ha portato con sè, proprio come la scelta elettorale, compiuta nel segreto dell’urna. Eppure l’obiettivo dello spettacolo sarebbe stato quello di scatenare i pro e i contro il discorso di Germano, nel segno di una vivacità partecipativa che forse non ci appartiene più, sempre e comunque spettatori distanti, partecipanti con un like, ma da dietro un video, mai di petto, mai di faccia. Certo La mia battaglia di Lagani/Germano rappresenta un esempio di come il teatro possa offrirsi come meccanismo di riflessione politica, riflessione sul pensiero conforme e conformista. Fa un po’ effetto sentire un discorso che chiama in causa il saper fare, le competenze e la meritocrazia – di cui tutti ci riempiamo la bocca – e poi constatare che tutto ciò è preso niente meno che dal Mein Kampf di Hitler. Tutto ciò appare più forte se si pensa all’imminente scadenza elettorale delle amministrative, come delle europee. Bello che un teatro come il Ponchielli abbia deciso di programmare La mia battaglia, un modo per testimoniare una riflessione politica non scontata e necessaria.

Certo il tribuno Elio Germano ha fatto fatica nell’avviare la macchina della chiamata a raccolta, pian piano dalla platea si è ritirato sul palco per connotarsi come retore violento e intransigente fino all’epifania nazista finale, ma a quel punto lo spettacolo, la costruzione della finzione scenica si era srotolata in tutta la sua potenza retorica ed espressiva, proprio come la bandiera della croce uncinata. Il pubblico gli ha tributato un lungo e caloroso applauso. Al termine davanti ai camerini in tanti hanno cercato un confronto diretto con l’attore, ma nessun selfie. Viene da pensare che la società dello spettacolo abbia avuto la meglio su quella della politica... ma questa è una altra storia e un altro possibile spettacolo.

01 Aprile 2019